Classic cars & art

"Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia."

Category: Bugatti

From the Nike of Samothrace to the electric vehicles -Part 1: Fire-breathing monsters and a change of perspective-

It’s hard to think, today, to the car as a monster of steel that, lost every tier, violently devours a (dirt) road, thrown towards the future; we are much more used to start our car, drive a few kilometers stuck in a traffic jam, in the center of a city neatly paved, full of speed cameras and speed limits, and then stop, not before having raged for the lack of parking.
Yet the automobile is something else: even in the most modest of cars there is a heart of shiny cylinders and pistons in constant motion; all the Fiat Pandas descend from the “red rash car” of D’Annunzio, and in the end little separates them, conceptually, from the first fire-breathing monsters of a hundred years ago.
If started as a whim for a few, expensive, delicate, uncomfortable, slower than a horse, and lacking of a personal form, usurping that of the carriages, the car conquests immediately a place of respect in the hearts of everyone, both those who can afford it, and those who can not even dream of it.
The horse, beautiful animal, is on the go from thousands of years, used in any way and in every place, and there is no more charm in its use for moving. The car instead, is a brilliant innovation: strangely his potential is immediately recognised and, thanks to the rich elite that persists in every country, the first cars multiply, which will profoundly alter not only the landscape but also our own perception of it.
Are initially tricycles, then horseless carriages, with the driver positioned upward as to watch the horses, then again big torpedos where the volumes are in any way connected or minimally harmonized, each part taking shape on its own, purely functional and devoid of aesthetic characterization.
Remarkable, obviously, is in this period the birth, totally innovative, of the idea that a car can be sold even to those who work in its construction; Henry Ford, doing so, paved the way, at least potentially, to mass motorization, in 1908 and in the twenty years to follow, with the wages of employees that rises while the price of the Model T goes down to $ 285, at least cheap for those who already earn 8 $ per day.
Begins to no longer be only a capricious toy for the rich, but an useful object for all, easy to fix and solid, capable to revolutionize society and profoundly change the urban grid, which begins to take a shape more and more suitable for transportation.
Example of the role that the car begins to play in the society is the Manifesto of Futurism, the artistic and cultural current that exalts, among other things, the speed, and that already in 1909 contains the phrase “We declare that the splendor of the world has been enriched by a new beauty: the beauty of speed. A racing car with its hood adorned with big tubes like serpents with explosive breath … a roaring car that seems to ride on grapeshot is more beautiful than the Victory of Samothrace. “.
And it takes yet little, only ten years and the beginning of the Jazz Age, to bring for the first time the car to the state of the art. Between the early ’20s and the outbreak of the Second World War there is a sudden explosion of a new awareness in both rich clients and in the coachbuilders, at last leading to the emergence of automobiles (now became females) in which the final appearance is given by the cohesion of parts, each beautifully sculpted into a whole that suggests, at last, speed.
Still remain, of course, the large radiators nearly vertical like Greek temples, but the rest of the body tenses in a light and athletic dress that allows a glimpse of all the muscles, in a streamlined body that plays with the air.
These were the years of the amazing Bugattis, Isotta Fraschini, Bentley, and many others that it is impossible to mention, the years in which the car becomes more than ever, myth, icon, collective dream: the car is Tamara de Lempicka in the green Bugatti, the undertakings of Tazio Nuvolari, the Mille Miglia and Brooklands, the concours d’elegance where beautiful women allow themselves to be photographed smiling behind the wheel of unique creations commissioned by the world’s richest dynasties. These are the years which celebrates the birth of the true status symbol, the collective myth, in a society divided between advancing modernity and an organization of classes still almost feudal.
And the eccentric and flamboyant cars of this long fifteen years are the glossy companions of who keeps the dawn at nightclubs pursuing a light life that dances on the edge of the abyss, summarized in the trails of lights that break up the summer night on the road from Paris to the Cote d’Azur.
The big Scintilla and Ducellier will be the last fires of a society that will fall quickly in the black abyss of war, suddenly snatching the car (and with it dreams and projections) to civilian life and making of it an auxiliary tool, the light glory of the spiders and the race cars tarnished by the tragedy that leaves no room for sophisticated creations.

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È difficile pensare, oggi, all’automobile come ad un mostro d’acciaio che, perso ogni legaccio, divori violentemente la strada (bianca), slanciata verso il futuro; siamo molto più abituati a mettere in moto la nostra utilitaria, percorrere qualche chilometro a passo d’uomo imbottigliati nel traffico, nel centro di una città ordinatamente asfaltata, piena di autovelox e limiti di velocità, e poi fermarci, non prima di aver inveito per la mancanza di parcheggio.
Eppure l’automobile è un’altra cosa: perfino nella più modesta delle utilitarie c’è un cuore di cilindri lucidi e pistoni in perenne movimento; tutte le Fiat Panda discendono dalla “rossa macchina precipitosa” di D’Annunzio, ed infine poco le separa, concettualmente, dai primi mostri sputafuoco di cento anni fa.
Se nasce come un capriccio per pochi, costosa, delicata, scomoda, più lenta di un cavallo, e priva di una forma sua propria, usurpatrice di quella delle carrozze, l’automobile conquista subito un posto di rispetto nel cuore di tutti, sia coloro che possono permettersela, sia coloro che non possono neanche sognarla.
Il cavallo, animale bellissimo, è sulla breccia da millenni, utilizzato in ogni modo ed in ogni luogo, e non c’è più fascino nel suo uso per gli spostamenti. L’automobile invece, è una fulgida novità: stranamente il suo potenziale viene subito intuito e, grazie alla ricca élite che persiste in ogni paese, si moltiplicano i primautomobili, che modificano profondamente non solo il paesaggio, ma anche la nostra stessa percezione di esso.
Inizialmente sono tricicli, poi carrozze senza cavalli, con lo chauffeur posizionato in alto come per guardare oltre i destrieri, poi ancora grandi torpedo in cui tuttavia i volumi non sono in alcun modo raccordati né minimamente armonizzati, configurandosi ognuno come pezzo a sé stante, puramente funzionale e privo di caratterizzazione estetica.
Degna di nota, ovviamente, è in questo periodo la nascita, assolutamente innovativa, dell’idea che un’automobile può essere venduta perfino a chi lavora alla sua costruzione; Henry Ford, così facendo, spiana la strada, perlomeno in potenza, alla motorizzazione di massa, nel 1908 e nei vent’anni a seguire, con il salario dei dipendenti che si alza e contemporaneamente il prezzo della Model T che scende fino a 285 dollari, in fondo pochi per chi ne guadagna già 8 al giorno.
Comincia a non essere più solo un capriccioso giocattolo da ricchi, ma un oggetto utile a tutti, semplice da riparare e robusto, capace di rivoluzionare profondamente la società e modificare il tessuto urbano, che comincia a configurarsi sempre più a misura di mezzo di trasporto.
Esemplificativo del ruolo che l’automobile comincia a ricoprire nella società è il Manifesto del Futurismo, corrente artistica e culturale che esalta, fra l’altro, proprio la velocità, e che già nel 1909 contiene la frase “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.”.
E ci vuole ancora poco, dieci anni soltanto e l’inizio dell’età del Jazz, per portare per la prima volta l’automobile allo stato dell’arte. Fra l’inizio degli anni ’20 e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si assiste all’esplosione improvvisa di una nuova consapevolezza sia nei ricchi committenti, che nelle carrozzerie, che porta alla nascita finalmente di automobili (diventate ora femmine) in cui l’aspetto finale è dato dalla coesione di parti ognuna mirabilmente cesellata in un insieme che suggerisce finalmente velocità.
Restano, certo, i grandi radiatori quasi verticali come templi greci, ma il resto della carrozzeria si tende in un vestito leggero ed atletico che ne lascia intravedere tutti i muscoli, in un corpo streamlined che gioca con l’aria.
Sono gli anni delle strepitose Bugatti, Isotta Fraschini, Bentley, e tante altre che è impossibile citare, gli anni in cui l’automobile diventa più che mai mito, icona, sogno collettivo: l’automobile è Tamara de Lempicka nella Bugatti verde e le imprese di Tazio Nuvolari, la Mille Miglia e Brooklands, i concorsi d’eleganza dove donne bellissime si lasciano fotografare sorridenti al volante di creazioni uniche commissionate dalle dinastie più ricche del mondo. Sono gli anni in cui si celebra la nascita del vero e proprio status symbol, del mito collettivo, in una società divisa fra modernità avanzante ed un’organizzazione delle classi ancora quasi feudale.
E le automobili eccentriche e flamboyant di questo lungo quindicennio sono le patinate compagne di chi tira l’alba nei locali notturni inseguendo una vita leggera che danza sull’orlo del precipizio, sintetizzate nelle scie dei fari che interrompono la notte d’estate sulla strada da Parigi alla Costa Azzurra.
I grandi Scintilla e i Ducellier saranno gli ultimi fuochi di una società che precipiterà in fretta nel gorgo nero della guerra, strappando bruscamente l’automobile (e con essa sogni e proiezioni) alla vita civile e confinandola a mezzo ausiliario, la gloria lieve delle spider e delle auto da corsa offuscata dalla tragedia che non lascia più spazio a creazioni raffinate.

Bugatti Type 57 Aérolithe, Yves Klein “IKB-54” 1957

Mythology portrays him as a horse with large folded white wings, of divine nature.
After having made possible the feat of Bellerophon and created springs (including the Hippocrene, on Mount Helicon, home of the Muses), Pegasus, born from Medusa’s blood, reached its final place in the night sky, breaking up in a silver cloud of stellar lapillis, creating the constellation that bears his name.
Impossible to imagine a more suggestive genesis for what, after all, is a cluster of hydrogen, helium and metals; and yet the celestial points that pierce the night sky have always excited the curiosity and the human imagination. From Ancient Greece to Hubble telescope, the sky has always been the object of the ravished observation of a man anxious to get closer to the immaterial beauty of his projections.
And then Aérolithe: air stone, meteorite. Hard to find a most powerful iconology for a car that, with its disruptive diversity, in 1935 is a bolt from the blue (to stay in the rarefied celestial atmosphere); comes from the striking intuitions of Jean Bugatti, son of Hector, which translate the flamboyant style of contemporaries Delahaye and Talbot-Lago in a dress that despite its eccentric beauty cedes nothing to coy and nothing loses in rigor.
And is undeniable the connection with the works of Yves Klein: the comet with the magnesium dress comes straight from the blue of the empty space of the French monochrome, representation of the absolute and immaterial.
Blue are the veils of the Christian Madonnas, blue are the dark depths of the sea where the unknown reigns, several meters under the soothing surface of the waves, blue the twilight sky.
And blue, completely blue, absolutely blue, only blue, are the most famous works of Yves Klein.
Artist with a vocation to the absolute in love with the immaterial and the penetrating intensity of the void, Yves Klein makes of the vibrant intensity of a sacred and distressing color the ultimate (but not unique) goal of his own artistic pursuits.
Initially his art shows great monochrome surfaces (red, orange, gold) which according to the artist does not need any visual integration, as already perfectly clear and full of meaning; from this initial revelation ( the color expresses something already by itself ), born the blue works.
In the attempt to give back on the canvas the experience of pure pigment Klein discovered a synthetic resin that does not alter the appearance of the color, returning it absolutely faithfully and completely lacking in nuances (which, having each its own personality, would have altered the message of the work); is the beginning of the ‘”blue Age”.
The bright but deep ultramarine blue of his paintings is an invention of the artist: after a year of experiments and attempts he will arrive to the perfect result, that he will immediately patent, to avoid “the authenticity of pure idea” could be changed.
Color that has experienced mixed fortunes in art history in very different meanings over the centuries, Yves Klein’s blue (indeed, the “International Klein Blue”, IKB) ambitiously represents the absolute and stands as the incarnation of both sky and sea, dimensionless and intangible essence of something that is beyond our capacity of understanding.
Yves Klein was deeply fascinated by the void (famous is the picture of the jump, with the void, full powers), and the blue is its natural extension: it is not hard to see the paintings as windows open onto a world intangible and glittering with tiny stars, an unreal night sky populated by the fantastic creatures of ancient planetariums. Dog, Lybra, Big Dipper, are just some of the fanciful interpretations that man has given the overwhelming wonder of the night, celestial spheres illuminated by flashes of comets, meteors, planets light years away and trails of stardust, abode of the Gods and then home of a more Christian Heaven.
And if in the ancient world was the horse Pegasus the most royal means of transportation that connected the clouds to the Earth, in 1935 the Bugatti Aerolithe becomes the worthy successor.
Each Bugatti is an extraordinary creature, but the Aérolithe deserves a place of honor in the dazzling gallery of Molsheim, even for being mother of the extraordinary Atlantic.
Jean Bugatti designs, on the chassis of the 57, an object that has little to do with the other cars, and that really seems alien as a meteor crashed from another dimension; he chooses to create it in an aeronautical alloy of magnesium, aluminum, zinc and copper, the Elektron, who is at his first (and last) use in the automotive field, and which makes possible an extreme reduction in weight, at the cost of high flammability and the inability of traditional welding.
The remedy is the realization of the body in two shells that must be assembled using rivets and that require the large fin that runs through the car from the radiator to tail lights.
But the trick works perfectly, and thanks to the engine of 3257 cubic centimeters and 170 hp with the single Stromberg, the Aérolithe caresses the 200 km/h, fully deserving the thin silver lines that adorn the side vents of the radiator, suggesting the silvery tail of a comet.
Painted in an unusual pale and slightly iridescent silver-green, the Aérolithe doesn’t betray the expectations and really looks like a celestial body.
Otherworldly and beautiful, is yet another symphony of smooth curves that go straight to the small, classic horseshoe radiator.
There is no trace of the impressiveness of many pre-war cars, the car’s body floats light as if it doesn’t touch the ground, once again celebrating the absolute beauty that can come from the ability of a man.
Has not survived, probably ending to donate parts to another car, but we like to think that it is evaporated in a cloud of smoke to reach its young creator, died a few years later, to the place they belonged.
Exactly, the sky.

Jean Bugatti died August 11, 1939, at thirty years, during a test of the race car Type 57 “Tank”, winner at Le Mans.
Yves Klein died June 6, 1962, at thirty-four years, of infarct.
“IKB 54”, 1957, porcelain plate, diameter 24 cm, belongs to a private collection.

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La mitologia lo ritrae come un cavallo candido con grandi ali ripiegate, di natura divina.
Dopo aver reso possibile l’impresa di Bellerofonte e creato sorgenti (fra cui l’Ippocrene, sul monte Elicona, casa delle Muse), Pegaso, nato dal sangue di Medusa, raggiunse la propria definitiva collocazione nel cielo notturno, scomponendosi in una nube argentea di lapilli stellari, creando la costellazione che porta il suo nome.
Impossibile immaginare una genesi più suggestiva per quello che, in fondo, è un agglomerato di idrogeno, elio e metalli; eppure i punti celesti che bucano il cielo notturno hanno eccitato la curiosità e l’immaginazione umana da sempre. Dall’antica Grecia al telescopio Hubble, il cielo è stato sempre oggetto di osservazione rapita da parte dell’uomo, ansioso di avvicinarsi all’immateriale bellezza delle proprie proiezioni.
Ed allora Aérolithe: pietra d’aria, meteorite. Difficile trovare un’iconologia più potente per un’auto che, con la sua dirompente diversità, nel 1935 è un fulmine a ciel sereno (per restare nella rarefatta atmosfera celeste); nasce dalle folgoranti intuizioni di Jean Bugatti, figlio di Ettore, che traducono lo stile flamboyant delle contemporanee Talbot-Lago e Delahaye in un vestito che pur nella sua eccentrica bellezza nulla cede al lezioso e nulla perde in rigore.
E innegabile è il collegamento con le opere di Yves Klein: la cometa dal vestito di magnesio arriva direttamente dal blu dello spazio vuoto del monocromatico francese, rappresentazione dell’assoluto e dell’immateriale.
Blu sono i veli delle Madonne cristiane, blu è l’oscura profondità del mare in cui regna l’ignoto, metri e metri sotto la rassicurante superficie delle onde, blu il cielo del crepuscolo.
E blu, completamente blu, assolutamente blu, soltanto blu, sono le opere più famose di Yves Klein.
Artista con vocazione all’assoluto innamorato dell’immateriale e della penetrante intensità del vuoto, Yves Klein fa della vibrante intensità di un colore sacro ed angosciante lo scopo ultimo (ma non unico) della propria ricerca artistica.
Inizialmente la sua pittura propone grandi campiture monocrome (rosse, arancioni, dorate) che secondo l’artista non necessitano di alcuna integrazione visiva, in quanto già perfettamente chiare e piene di significato; da questa iniziale rivelazione (il colore esprime qualcosa già di per sé) nascono le opere blu.
Nel tentativo di fissare sulla tela l’esperienza del pigmento puro Klein scopre una resina sintetica che non altera l’apparenza del colore, restituendolo in modo assolutamente fedele e completamente privo di sfumature (che, essendo dotate ognuna di personalità propria, avrebbero alterato il messaggio dell’opera): è l’inizio dell'”Epoca blu”.
Il blu oltremare luminoso eppure profondissimo dei suoi quadri è una sua personale invenzione: dopo un anno di esperimenti e tentativi l’artista arriverà al risultato perfetto, che immediatamente brevetterà, onde evitare che “l’autenticità dell’idea pura” venga modificata. Colore che ha sperimentato in storia dell’arte alterne fortune sotto significati molto diversi nei secoli, il blu di Yves Klein (anzi, l'”International Klein Blue”, IKB) rappresenta ambiziosamente l’assoluto e si pone come incarnazione contemporaneamente di cielo e mare, essenza adimensionale ed intangibile di qualcosa che è oltre la nostra capacità di comprensione.
Yves Klein era profondamente affascinato dal vuoto (celebre la sua foto del salto, with the void, full powers); ed il blu ne è la naturale estensione: non è difficile immaginare le tele come finestre spalancate su un mondo immateriale e rilucente di stelle minuscole, un cielo notturno irreale e popolato delle creature fantastiche dei planetari d’altri tempi.
Cane, Lybra, Grande Carro, sono solo alcune delle fantasiose interpretazioni che l’uomo ha dato alla soverchiante meraviglia della notte; sfere celesti illuminate a lampi da comete, meteore, pianeti lontani anni luce e scie di polvere di stelle, dimora degli Dei e poi sede del più Cristiano Paradiso.
E se nel mondo antico era il cavallo Pegaso il più regale mezzo di trasporto che congiungeva le nubi alla Terra, nel 1935 la Bugatti Aerolithe ne diventa il degno successore.
Ogni Bugatti è una creatura straordinaria, ma la Aérolithe merita un posto d’onore nella folgorante galleria di Molsheïm, se non altro in quanto madre della straordinaria Atlantic.
Jean Bugatti concepisce, sul telaio della 57, un oggetto che poco ha a che spartire con le altre automobili e che veramente sembra aliena quanto una meteora precipitata da un’altra dimensione; sceglie di crearla in una lega aeronautica di magnesio, alluminio, zinco e rame, l’Elektron, che è al suo primo (ed ultimo) impiego in campo automobilistico, e che rende possibile un estremo contenimento del peso, a prezzo di un’elevata infiammabilità e dell’impossibilità di saldature tradizionali.
Il rimedio è la realizzazione della carrozzeria in due gusci da assemblare tramite rivettatura, che rende obbligatoria la grande pinna che la attraversa dal radiatore alle luci di coda.
Ma l’espediente funziona perfettamente, e grazie al motore di 3257 cm cubici e 170 CV con singolo Stromberg la Aérolithe accarezza i 200 km/h, meritando a pieno titolo le sottili linee argentate che ne abbelliscono le prese d’aria laterali del radiatore, e che suggeriscono l’argentea coda d’una cometa.
Verniciata in un inedito chiarissimo verde-argentato leggermente cangiante, la Aérolithe non tradisce le aspettative e somiglia davvero ad un corpo celeste.
Ultraterrena e bellissima, è l’ennesima sinfonia di morbide curve che si allungano fino al piccolo, classico, radiatore a ferro di cavallo.
Non c’è traccia dell’imponenza di molte auto anteguerra, il corpo dell’automobile fluttua leggero come se non toccasse terra, celebrando ancora una volta l’assoluta bellezza in grado di nascere dalle capacità di un uomo.
Non è sopravvissuta, finendo probabilmente per donare parti ad un’altra automobile, ma ci piace pensare che sia evaporata in una nube di fumo per raggiungere il suo giovane creatore, morto pochi anni dopo, nel luogo cui entrambi appartengono.
Appunto, il cielo.

Jean Bugatti morirà l’11 Agosto 1939, a trent’anni, alla guida dell’auto da corsa Type 57 “Tank”, vincitrice a Le Mans.
Yves Klein muore il 6 Giugno 1962, a trentaquattro anni, stroncato da un infarto.
“IKB 54”, 1957, piatto di porcellana, diametro 24 cm, appartiene ad una collezione privata.

Bugatti Type 35, Edgar Degas “L’Etoile”

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It would be wrong who thinks that all classic cars are fire-breathing leviathans with the handling of a cruise ship: there are also cars with the delicacy of a dragonfly, who dance between the curbs light as a swan without betraying in any way their sporting spirit.
It’s not just a question of timing, oil, gas, noise, smoke, there’s also this, of course, but look how gracefully the Type 35 faces the most challenging curves, how lightly tilts and slides the long hood in tight corners, how beautiful its hornet tail smoothly drifts out of corners.
If the Bugattis are the archetype of the car, the Type 25 is the archetype of the Bugatti and of the racing car. The appearance of an étoile and the technical perfection of a mechanical masterpiece.
In parallel, in the pastel “L’étoile”, Edgar Degas pushes up the key elements that already dominate his artistic research on the subject of ballet. Degas wants to represent the grace and delicacy of movement of the dancers leaving, however, also see the strength of their muscles trained tenaciously (see the series of pastels on the training of dancers and their preparation for work), and presents in this pastel the best moment of the dance, the solo show of the first dancer.
At the first race on August 3, 1924, at the Grand Prix of the Automobile Club de France, in Lyon, five Type 35 came by road from Molsheim, but only one classified (seventh).
A muted start for the most successful car Ettore, who will collect thousands of wins on racetracks around the world, for many years to come, even after the stop of the production.
The Type 35 is light, easy to handle, impetuous enough to ask to be driven with verve but without being treacherous (obviously speaking in historical terms: difficult to speak of “driving ease” referring to a car 1924); not unnecessarily powerful (it comes with an eight-cylinder of 1991 cc and 100 hp which is more than enough to get its 750 kg to 185 km / h) and is also beautiful as her sisters better suited to everyday life, as a Bugatti can be suited for everyday life, of course (despite Hector claims “my winning cars are the same ones with which you go on the streets”).
It’s a car in which the technical greatness is combined with an attention to detail unknown in any other object: from the classic horseshoe radiator that frames an engine that is not only functional but also has to be beautiful, in advance on modern trends in industrial design, to the large wheels with the beautiful eight-spoke alloy wheels, classicly Bugatti, with integrated brake drums, to the tail tip, which really does not follow any aerodynamic study, but is beautiful and functional, and that’s enough.
It’s a perfect alternation of straight lines and curves, an object with a simple design that grants nothing to the affectation (or the practicality), finding its ultimate end in the movement, an elegant and precise dance that compensates with the lightweight the not excessive power of the engine, again anticipating a concept that decades after the Lotus will take over.
Not all are sold as racing cars, someone, regardless of the absence of protections, the noise, the discomfort and the delicacy (although not as extreme as in other cars with the prancing elephant) purchases it as a sports car to be used on open roads, helping to making it one of the most famous silhouettes of the automotive history, encoded form that summarizes in its converging simple curves Bugatti’s constructive belief and the whole motorsport philosophy.
It represents also the quintessential vintage motoring experience, a car that will leave you tired, sore, nearly deaf and full of oil stains, but that isn’t comparable to any other. I’m sure you can see the man with tweed trousers and flying goggles bending sideways following the movement of the car while taking a particularly close curve, as you can see it leaving the avenue of an Art Deco villa for an elegant dinner, illuminating the road with its big yellow headlights.
Talking about the style of the Type 35 means commenting an object of pure technique that makes of the racing efficacy its purpose and of the beauty the result of the mechanical perfection, without losing any aesthetic care.
And so I leave to Filippo Tommaso Marinetti with his Futurist Manifesto “The new religion-morality of speed”, written in 1916, the task of describing the soul of the Type 35, sure that his words are more evocative on the speed than mine.
“In my first manifesto (February 20, 1909) I declared: the magnificence of the world has been enriched by a new beauty, the beauty of speed. […]
Winding paths, roads that follow the indolence of rivers and run along the backs and the unequal wombs of the mountains, here are the laws of the land. Never a straight line, always arabesques and zigzags. The speed finally gives to the human life one of the character of divinity: the straight line. […]
We must persecute, whip, torture those who sin against speed. […]
The speed, having in essence the intuitive synthesis of all the forces in motion, it’s naturally pure. The slow, having in essence the rational analysis of all fatigues at rest, is naturally unclean. After the destruction of the ancient good and evil, we create an new good: the speed, and a new evil: the slowness. […]
If praying means to communicate with the gods, running at high speed is a prayer. Holiness of the wheel and rails. […]
The Thrill of the great speed in the car is anything but the joy of being merged with the unique god. The sportsmen are the first catechumens of this religion. Forthcoming destruction of homes and cities, to form large gatherings of cars and airplanes.
Places inhabited by the divine – […] The circuits of automobiles. […] The internal combustion engine and the tires of a car are divine. Gasoline is divine. Religious ecstasy inspired by a 100 HP car. Joy to move from 3 rd to 4 th gear. Joy to press the accelerator, snoring pedal by the musical speed.
The high speed of an automobile or airplane can embrace and quickly compare various distant points of the earth, that is, to do mechanically the work of the analogy. Frequent travelers acquire mechanically genius, bringing distant things by systematically looking at them and comparing them to each other and discovering the deep sympathies. A high speed is an artificial reproduction of the artist’s analog intuition. Ubiquity of the wireless imagination = Speed. Creative genius = Speed. […]
Each train carries away the nostalgic part of the soul of those who see it passing. […]
Run run run flying flying. Danger Danger Danger Danger right left upside down inside out smelling breathing drinking death. Militarized revolution of gearing. Concise, precise lyricism. Geometric splendor. To enjoy more fresh and more life than into rivers and sea you have to fly in the counter-current fresh of the wind at full speed. When I flew for the first time coll’aviatore Bielovucic, I felt my chest opening up like a big hole where the whole horizon of the sky choked deliciously smooth, fresh and pouring. At the slow sensuality tempered, of the walkings in the sun and flowers, you must prefer the massage fierce of the wind and coloring crazy. Increasing lightness. Infinite sense of pleasure. Get off the car with a light and elastic step. You have lifted a weight off. You won the mistletoe of the road. You have won the law that imposes to man to crawl. […]
Wonderful drama of the slipping in the circuits of automobiles. The car tends to cut in two. Heaviness in the back that becomes cannon ball and look declivities, ditches, the center of the earth, for fear of new dangers. Rather than continue to risk perishing quickly. No! No! No! Glory to the futurist forecarriage who with a shove or a stroke of the steering wheel draws out of the ditch the rear of the vehicle and puts it back in a straight line. Next to us, among us without rails, cars are soaring, turning on themselves, they leap from here to the curve of the horizon, fragile, threatened by all the obstacles prepared them by the curves. The double curve surpassed in speed is the highest manifestation of life. Victory of the Self on the evil plottings of our weight, which wants to kill treacherously our speed by dragging it into a hole of immobility. […]
Pleasure of being alone in the dark depths of a limousine that runs between the leaping bright ices of a capital at night: very special pleasure of being a fast body. […]
Only the speed will kill the poisonous –Moonlight, nostalgic, sentimental, pacifist and neutral.
Italian, be fast and you will strong, optimistic, invincible, immortal!

Filippo Tommaso Marinetti, May 11, 1916

When Degas realizes his crayon “Etoile” condenses into a single work all his long search for the essence of the movement of the ballet, creating an image in which the protagonists are the momentum and the ecstasy of a prima ballerina.
The implant of the representation is already highly innovative, staging a space divided into unequal parts between the stage and the backstage, separated by the transverse line which marks the boundary between the Etoile’s space and the one where the other dancers are waiting, and perhaps, the dancing master.
Like the Type 35, also “l’Etoile” is a symbol of perfection and delicacy: Degas stopped the single moment when the dancer pushes up the extreme, perfect blend of unstable movement and light grace.
She loses her center of gravity, appears balanced on one leg like a flamingo, her face concentrated and her arms raised to make her figure a white arabesque on the gray background of the stage.
L’Etoile knows that the lights are all for her, expresses itself in muscular tension of what is similar to a flight, staging the fruit of long and hard exercises that Degas has captured so many times in studies and pastels, and while not being at the center of the space of the painting, she is unequivocally the focal point, with its beauty, with its youth, with its fresh grace, emphasized by the small red flowers pinned on the bodice.
“L’Etoile” represents the synthesis and summation of the work of Degas, merging into a single work a composition modern that decentralizes the action by the opposing of a confused and static background behind which we can imagine the thrill in the steps of the other dancers who are waiting to go on stage, with the triumph of the movement, divided in half by the great white tutu, of the dancer resplendent in its aura of bright light, rapt by the ecstasy of dance.
Like the Type 35 is a perfect blend of dynamic perfection and unparalleled style, so “L’Etoile” finds its reason in the perfect balance between movement expressed and in progress, light and shadow, explosion and apparent calm.

The Bugatti Type 35 has been produced in 343 specimens, including some optimized versions, and has given birth to the derived Type 37 and Type 39. It’s the car of the beagle Snoopy in famous strip “The Peanuts”.
“L’Etoile” is a pastel on paper of 60×44 cm by Edgar Degas created in 1876 or 1877 and now conserved at the Musée d’Orsay, Paris.

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Sbaglierebbe chi pensasse che tutte le auto d’epoca siano Leviatani sputafuoco con la maneggevolezza di una nave da crociera: ci sono anche auto con la delicatezza di una libellula, ballerine che danzano fra i cordoli leggere come un cigno pur senza tradire in alcun modo la loro anima sportiva.
Non è solo una questione di tempi, di olio, di benzina, di rumore, di fumo; c’è anche questo, certo, ma guardate con quanta grazia la Type 35 affronta le curve più impegnative, con quanta leggerezza s’inclina ed infila il lungo cofano nei tornanti stretti, con quanta bellezza la coda da calabrone allarga dolcemente in uscita di curva.
Se le Bugatti sono l’archetipo dell’automobile, la Type 25 è l’archetipo della Bugatti e dell’automobile da corsa. Un aspetto da étoile e una perfezione tecnica da capolavoro della meccanica.
Parallelamente, in “L’étoile”, Edgar Degas spinge al massimo gli elementi chiave che già dominano la sua ricerca artistica sul tema della danza classica. Degas vuole rappresentare la grazia e la delicatezza del movimento delle ballerine lasciandoci però intravedere anche la forza dei loro muscoli tenacemente allenati (vedere la serie di pastelli sugli allenamenti delle ballerine e sulla loro preparazione al lavoro), e ci presenta in questo pastello il momento più alto della danza, l’esibizione da solista della prima ballerina.
Alla prima gara, il 3 agosto del 1924, al Gran Prix dell’Automobile Club de France, a Lione, cinque Type 35 arrivarono da Molsheim via strada, ma solo una si classificò (settima).
Un inizio in sordina per l’auto di Ettore più vittoriosa, che inanellerà migliaia di vittorie sui circuiti di tutto il mondo, per molti anni a venire, anche dopo la cessazione della produzione. La Type 35 è leggera, maneggevole, irruenta quel che basta per chiedere d’essere guidata con verve ma senza essere infida (ovviamente parlando in termini storici: difficile parlare di “facilità di guida” riferendosi ad un’auto del 1924); non è inutilmente potente (nasce con un otto cilindri da 1991 cc e 100 CV che sono più che sufficienti a far arrivare i suoi 750 kg a 185 km/h) ed è anche lei bellissima come le sorelle più adatte alla vita di tutti i giorni, per quanto può esserlo una Bugatti, ovviamente (nonostante Ettore sostenga che “le mie auto che vincono sono le stesse con cui si va per strada”).
E’ un’auto in cui la grandezza tecnica si coniuga con una cura dei dettagli sconosciuta in ogni altro oggetto: dal classico radiatore a ferro di cavallo che incornicia un motore che non è solo funzionale, ma dev’essere anche bello, in anticipo sulle moderne tendenze di design industriale, alle grandi ruote con gli splendidi cerchi ad otto razze in lega leggera, classicamente Bugatti, che integrano i tamburi dei freni, fino alla coda a punta, che in realtà non segue alcuno studio aereodinamico, ma è bella e funzionale, e tanto basta.
È un perfetto alternarsi di linee rette e curve, un oggetto dal design semplice ed essenziale che nulla concede alla leziosità (né alla praticità), trovando il proprio fine ultimo nel movimento, un danzare elegante e preciso che sopperisce con la leggerezza alla non esagerata potenza del propulsore, anche qui anticipando una concezione che decenni dopo la Lotus farà propria.
Non tutte vengono vendute come auto da corsa, qualcuno, incurante dell’assenza di protezioni, del frastuono, della scomodità e della delicatezza (seppur non estrema come in altre auto con l’elefante rampante) la acquista come auto sportiva da utilizzare su strade aperte, contribuendo a farne una delle più famose silhouette della storia dell’automobile, forma codificata che riassume nelle sue semplici curve convergenti sia il credo costruttivo di Bugatti che l’intera filosofia del motorsport.
Rappresenta parimenti la quintessenza dell’automobilismo d’epoca, un’auto che vi lascerà stanchi, indolenziti, quasi sordi e pieni di macchie d’olio, ma che non è paragonabile a nessun’altra. Sono certa che potete vedere l’uomo coi pantaloni di tweed e gli occhialoni da pilota curvarsi di lato seguendo il movimento dell’auto mentre affronta una curva particolarmente stretta, come potete vederla uscire dal viale alberato di una villa Art Déco per una cena di gala, illuminando la strada coi propri grandi fari gialli.
Parlare dello stile della Type 35 significa commentare un oggetto di pura tecnica che fa della validità in gara il suo scopo e della bellezza la conseguenza della perfezione meccanica, pur senza nulla perdere in cura estetica.
Lascio quindi a Filippo Tommaso Marinetti col suo manifesto futurista “La nuova religione-morale della velocità”, scritto nel 1916 il compito di descrivere l’anima della Type 35, certa che le sue parole sulla velocità siano più evocative delle mie.
“Nel mio primo manifesto (20 febbraio 1909) io dichiarai: la magnificenza del mondo s’è arricchita di una bellezza nuova, la bellezza della velocità. […]
Sentieri tortuosi, strade che seguono l’indolenza dei fiumi e girano lungo le schiene e i ventri disuguali delle montagne, ecco le leggi della terra. Mai linea retta; sempre arabeschi e zigzag. La velocità dà finalmente alla vita umana uno dei caratteri della divinità: la linea retta. […]
Bisogna perseguitare, frustare, torturare tutti coloro che peccano contro la velocità. […]
La velocità, avendo per essenza la sintesi intuitiva di tutte le forze in movimento, è naturalmente pura. La lentezza, avendo per essenza l’analisi razionale di tutte le stanchezze in riposo, è naturalmente immonda. Dopo la distruzione dell’antico bene e dell’antico male, noi creiamo un nuovo bene: la velocità, e un nuovo male: la lentezza. […]
Se pregare vuol dire comunicare con la divinità, correre a grande velocità è una preghiera. Santità della ruota e delle rotaie. […]
L’Ebbrezza delle grandi velocità in automobile non è che la gioia di sentirsi fusi con l’unica divinità. Gli sportsmen sono i primi catecumeni di questa religione. Prossima distruzione delle case e delle città, per formare dei grandi ritrovi di automobili e di aeroplani.
Luoghi abitati dal divino – […] I circuiti d’automobili. […] I motori a scoppio e i pneumatici d’un’automobile sono divini. La benzina è divina. Estasi religiosa che ispirano le centocavalli. Gioia di passare dalla 3ª alla 4ª velocità. Gioia di premere l’acceleratore, pedale russante della musicale velocità.
Una grande velocità d’automobile o d’aeroplano consente di abbracciare e di confrontare rapidamente diversi punti lontani della terra, cioè di fare meccanicamente il lavoro dell’analogia. Chi viaggia molto acquista meccanicamente dell’ingegno, avvicina le cose distanti guardandole sistematicamente e paragonandole l’una all’altra e ne scopre le simpatie profonde. Una grande velocità è una riproduzione artificiale dell’intuizione analogica dell’artista. Onnipresenza dell’immaginazione senza fili = velocità. Genio creatore = velocità. […]
Ogni treno porta via con sé la parte nostalgica dell’anima di chi lo vede passare. […]
Correre correre correre volare volare. Pericolo pericolo pericolo pericolo a destra a sinistra sotto sopra dentro fuori fiutare respirare bere la morte. Rivoluzione militarizzata d’ingranaggi. Lirismo preciso conciso. Splendore geometrico. Per godere piú fresco e piú vita che nei fiumi e nel mare dovete volare nella contro-corrente freschissima del vento a tutta velocità. Quando volai per la prima volta coll’aviatore Bielovucic, io sentii il petto aprirsi come un gran buco ove tutto l’orizzonte del cielo deliziosamente s’ingolfava liscio fresco e torrenziale. Alla sensualità lenta stemperata, delle passeggiate nel sole e nei fiori, dovete preferire il massaggio feroce e colorante del vento impazzito. Leggerezza crescente. Infinito senso di voluttà. Scendete dalla macchina con uno scatto leggerissimo ed elastico. Vi siete levato un peso di dosso. Avete vinto il vischio della strada. Avete vinto la legge che impone all’uomo di strisciare. […]
Meraviglioso dramma dello slittamento nei circuiti d’automobili. L’automobile tende a tagliarsi in due. Appesantimento della parte posteriore che diventa palla di cannone e cerca i declivi, i fossi, il centro della terra, per paura di nuovi pericoli. Piuttosto perire subito che continuare a rischiare. No! No! No! Gloria all’avantreno futurista che con una spallata o colpo di volante trae fuori dal fosso la parte posteriore del veicolo e la rimette in linea retta. Vicino a noi, fra noi senza binarî, delle automobili si slanciano, girano su sé stesse, balzano di qui alla curva dell’orizzonte, fragili, minacciate da tutti gli ostacoli preparati loro dagli svolti. Il doppio svolto superato in velocità è la piú alta manifestazione della vita. Vittoria del nostro Io sui perfidi complotti del nostro Peso, che vuole assassinare a tradimento la nostra velocità trascinandola in un buco d’immobilità. […]
Voluttà di sentirsi solo nel fondo buio di una limousine che corra tra i luminosi ghiacci balzanti di una capitale notturna: voluttà specialissima di sentirsi un corpo veloce. […]
Soltanto la velocità potrà uccidere il velenoso Chiaro-di-luna, nostalgico, sentimentale, pacifista e neutrale.
Italiani, siate veloci e sarete forti, ottimisti, invincibili, immortali!

Filippo Tommaso Marinetti, 11 Maggio 1916

Quando Degas realizza a pastello la sua “Etoile” condensa in una sola opera tutta la sua lunga ricerca sull’essenza del movimento della danza classica, creando un’immagine in cui protagonisti sono lo slancio e l’estasi della prima ballerina.
L’impianto della rappresentazione è già fortemente innovativo, mettendo in scena uno spazio diviso in parti diseguali fra il palcoscenico e le quinte, separati dalla linea trasversale che segna il confine fra lo spazio dell’étoile e quello dove sono in attesa le altre ballerine e, forse, il maestro di danza.
Come la Type 35, anche “l’Etoile” è un simbolo di perfezione e delicatezza: Degas ferma il singolo istante in cui la ballerina spinge al massimo l’estremo, perfetto connubio fra movimento instabile e grazia leggera. Perde il suo baricentro, ci appare in equilibrio su una sola gamba come un fenicottero, il volto concentrato e le braccia alzate che rendono la sua figura un arabesco bianco sullo sfondo del palcoscenico grigio.
L’Etoile sa che le luci sono tutte per lei, esprime tutta sé stessa nella tensione muscolare di quello che è simile ad un volo, mettendo in scena il frutto dei duri e lunghi esercizi che Degas tante altre volte ha immortalato in studi e pastelli, e pur non essendo al centro dello spazio del quadro, ne è inequivocabilmente il punto focale, con la sua bellezza, con la sua giovinezza, con la sua fresca grazia, sottolineata dai piccoli fiori rossi appuntati sul corpetto.
“L’Etoile” rappresenta la sintesi e la summa del lavoro di Degas, fondendo in un’unica opera un taglio compositivo moderno che decentra l’azione contrapponendole uno sfondo confuso e statico dietro il quale possiamo immaginare il fremere dei passi delle altre ballerine che attendono il momento di entrare in scena, con il trionfare del movimento, diviso a metà dal grande tutù bianco, della ballerina splendente nella sua aura di luce chiara, rapita dall’estasi della danza.
Come la Type 35 è un perfetto connubio di perfezione dinamica e stile impareggiabile, così “L’Etoile” trova la sua ragione nel perfetto equilibrio di movimento espresso ed in divenire, di luce ed ombra, di esplosione e quiete apparente.

La Bugatti Type 35 è stata prodotta in 343 esemplari, comprese alcune versioni ottimizzate, ed ha dato vita alle derivate Type 37 e Type 39. E’ l’auto del bracchetto Snoopy nella celeberrima striscia “The Peanuts”.
“L’Etoile” è un pastello su carta di Edgar Degas creato nel 1876 o 1877 di 60×44 cm conservato al Musée d’Orsay, Parigi.