From the Nike of Samothrace to the electric vehicles -Part 1: Fire-breathing monsters and a change of perspective-

by Mrs Miura

It’s hard to think, today, to the car as a monster of steel that, lost every tier, violently devours a (dirt) road, thrown towards the future; we are much more used to start our car, drive a few kilometers stuck in a traffic jam, in the center of a city neatly paved, full of speed cameras and speed limits, and then stop, not before having raged for the lack of parking.
Yet the automobile is something else: even in the most modest of cars there is a heart of shiny cylinders and pistons in constant motion; all the Fiat Pandas descend from the “red rash car” of D’Annunzio, and in the end little separates them, conceptually, from the first fire-breathing monsters of a hundred years ago.
If started as a whim for a few, expensive, delicate, uncomfortable, slower than a horse, and lacking of a personal form, usurping that of the carriages, the car conquests immediately a place of respect in the hearts of everyone, both those who can afford it, and those who can not even dream of it.
The horse, beautiful animal, is on the go from thousands of years, used in any way and in every place, and there is no more charm in its use for moving. The car instead, is a brilliant innovation: strangely his potential is immediately recognised and, thanks to the rich elite that persists in every country, the first cars multiply, which will profoundly alter not only the landscape but also our own perception of it.
Are initially tricycles, then horseless carriages, with the driver positioned upward as to watch the horses, then again big torpedos where the volumes are in any way connected or minimally harmonized, each part taking shape on its own, purely functional and devoid of aesthetic characterization.
Remarkable, obviously, is in this period the birth, totally innovative, of the idea that a car can be sold even to those who work in its construction; Henry Ford, doing so, paved the way, at least potentially, to mass motorization, in 1908 and in the twenty years to follow, with the wages of employees that rises while the price of the Model T goes down to $ 285, at least cheap for those who already earn 8 $ per day.
Begins to no longer be only a capricious toy for the rich, but an useful object for all, easy to fix and solid, capable to revolutionize society and profoundly change the urban grid, which begins to take a shape more and more suitable for transportation.
Example of the role that the car begins to play in the society is the Manifesto of Futurism, the artistic and cultural current that exalts, among other things, the speed, and that already in 1909 contains the phrase “We declare that the splendor of the world has been enriched by a new beauty: the beauty of speed. A racing car with its hood adorned with big tubes like serpents with explosive breath … a roaring car that seems to ride on grapeshot is more beautiful than the Victory of Samothrace. “.
And it takes yet little, only ten years and the beginning of the Jazz Age, to bring for the first time the car to the state of the art. Between the early ’20s and the outbreak of the Second World War there is a sudden explosion of a new awareness in both rich clients and in the coachbuilders, at last leading to the emergence of automobiles (now became females) in which the final appearance is given by the cohesion of parts, each beautifully sculpted into a whole that suggests, at last, speed.
Still remain, of course, the large radiators nearly vertical like Greek temples, but the rest of the body tenses in a light and athletic dress that allows a glimpse of all the muscles, in a streamlined body that plays with the air.
These were the years of the amazing Bugattis, Isotta Fraschini, Bentley, and many others that it is impossible to mention, the years in which the car becomes more than ever, myth, icon, collective dream: the car is Tamara de Lempicka in the green Bugatti, the undertakings of Tazio Nuvolari, the Mille Miglia and Brooklands, the concours d’elegance where beautiful women allow themselves to be photographed smiling behind the wheel of unique creations commissioned by the world’s richest dynasties. These are the years which celebrates the birth of the true status symbol, the collective myth, in a society divided between advancing modernity and an organization of classes still almost feudal.
And the eccentric and flamboyant cars of this long fifteen years are the glossy companions of who keeps the dawn at nightclubs pursuing a light life that dances on the edge of the abyss, summarized in the trails of lights that break up the summer night on the road from Paris to the Cote d’Azur.
The big Scintilla and Ducellier will be the last fires of a society that will fall quickly in the black abyss of war, suddenly snatching the car (and with it dreams and projections) to civilian life and making of it an auxiliary tool, the light glory of the spiders and the race cars tarnished by the tragedy that leaves no room for sophisticated creations.

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È difficile pensare, oggi, all’automobile come ad un mostro d’acciaio che, perso ogni legaccio, divori violentemente la strada (bianca), slanciata verso il futuro; siamo molto più abituati a mettere in moto la nostra utilitaria, percorrere qualche chilometro a passo d’uomo imbottigliati nel traffico, nel centro di una città ordinatamente asfaltata, piena di autovelox e limiti di velocità, e poi fermarci, non prima di aver inveito per la mancanza di parcheggio.
Eppure l’automobile è un’altra cosa: perfino nella più modesta delle utilitarie c’è un cuore di cilindri lucidi e pistoni in perenne movimento; tutte le Fiat Panda discendono dalla “rossa macchina precipitosa” di D’Annunzio, ed infine poco le separa, concettualmente, dai primi mostri sputafuoco di cento anni fa.
Se nasce come un capriccio per pochi, costosa, delicata, scomoda, più lenta di un cavallo, e priva di una forma sua propria, usurpatrice di quella delle carrozze, l’automobile conquista subito un posto di rispetto nel cuore di tutti, sia coloro che possono permettersela, sia coloro che non possono neanche sognarla.
Il cavallo, animale bellissimo, è sulla breccia da millenni, utilizzato in ogni modo ed in ogni luogo, e non c’è più fascino nel suo uso per gli spostamenti. L’automobile invece, è una fulgida novità: stranamente il suo potenziale viene subito intuito e, grazie alla ricca élite che persiste in ogni paese, si moltiplicano i primautomobili, che modificano profondamente non solo il paesaggio, ma anche la nostra stessa percezione di esso.
Inizialmente sono tricicli, poi carrozze senza cavalli, con lo chauffeur posizionato in alto come per guardare oltre i destrieri, poi ancora grandi torpedo in cui tuttavia i volumi non sono in alcun modo raccordati né minimamente armonizzati, configurandosi ognuno come pezzo a sé stante, puramente funzionale e privo di caratterizzazione estetica.
Degna di nota, ovviamente, è in questo periodo la nascita, assolutamente innovativa, dell’idea che un’automobile può essere venduta perfino a chi lavora alla sua costruzione; Henry Ford, così facendo, spiana la strada, perlomeno in potenza, alla motorizzazione di massa, nel 1908 e nei vent’anni a seguire, con il salario dei dipendenti che si alza e contemporaneamente il prezzo della Model T che scende fino a 285 dollari, in fondo pochi per chi ne guadagna già 8 al giorno.
Comincia a non essere più solo un capriccioso giocattolo da ricchi, ma un oggetto utile a tutti, semplice da riparare e robusto, capace di rivoluzionare profondamente la società e modificare il tessuto urbano, che comincia a configurarsi sempre più a misura di mezzo di trasporto.
Esemplificativo del ruolo che l’automobile comincia a ricoprire nella società è il Manifesto del Futurismo, corrente artistica e culturale che esalta, fra l’altro, proprio la velocità, e che già nel 1909 contiene la frase “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.”.
E ci vuole ancora poco, dieci anni soltanto e l’inizio dell’età del Jazz, per portare per la prima volta l’automobile allo stato dell’arte. Fra l’inizio degli anni ’20 e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si assiste all’esplosione improvvisa di una nuova consapevolezza sia nei ricchi committenti, che nelle carrozzerie, che porta alla nascita finalmente di automobili (diventate ora femmine) in cui l’aspetto finale è dato dalla coesione di parti ognuna mirabilmente cesellata in un insieme che suggerisce finalmente velocità.
Restano, certo, i grandi radiatori quasi verticali come templi greci, ma il resto della carrozzeria si tende in un vestito leggero ed atletico che ne lascia intravedere tutti i muscoli, in un corpo streamlined che gioca con l’aria.
Sono gli anni delle strepitose Bugatti, Isotta Fraschini, Bentley, e tante altre che è impossibile citare, gli anni in cui l’automobile diventa più che mai mito, icona, sogno collettivo: l’automobile è Tamara de Lempicka nella Bugatti verde e le imprese di Tazio Nuvolari, la Mille Miglia e Brooklands, i concorsi d’eleganza dove donne bellissime si lasciano fotografare sorridenti al volante di creazioni uniche commissionate dalle dinastie più ricche del mondo. Sono gli anni in cui si celebra la nascita del vero e proprio status symbol, del mito collettivo, in una società divisa fra modernità avanzante ed un’organizzazione delle classi ancora quasi feudale.
E le automobili eccentriche e flamboyant di questo lungo quindicennio sono le patinate compagne di chi tira l’alba nei locali notturni inseguendo una vita leggera che danza sull’orlo del precipizio, sintetizzate nelle scie dei fari che interrompono la notte d’estate sulla strada da Parigi alla Costa Azzurra.
I grandi Scintilla e i Ducellier saranno gli ultimi fuochi di una società che precipiterà in fretta nel gorgo nero della guerra, strappando bruscamente l’automobile (e con essa sogni e proiezioni) alla vita civile e confinandola a mezzo ausiliario, la gloria lieve delle spider e delle auto da corsa offuscata dalla tragedia che non lascia più spazio a creazioni raffinate.

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