Cadillac Eldorado Seville 1959, Wayne Thiebaud “Cakes” 1963

by Mrs Miura

The Coca-Cola, the cowboys, the Statue of Liberty, the Cadillac.
The American car culture (at least until the beginning of the energy crisis) is very different from that in Europe: far from from the dragonflies of the old continent, American cars make of the impressive size, of the gleaming chrome and of the superpanoramic windshields their raison d’être, and for more than a decade, overseas Manufacturer challenge with higher and higher back fins, increasingly eccentric lights, and interior colors more and more improbable.
These are huge cars, for the European standard, loaded with chrome (and the fashion will reach, sweetened up, Europe) and by the bizarre details, with large curved glass surfaces and rear fins that explicitly mention fighter jets (one for all the famous P38 Lightning) and suspension as soft as butter.
Performance are not important, but if speed should be, is the pure and meaningless one of Salt Flats, the straight and unreal speed of world records, where maneuverability and handling are terms with little sense.
In the America glittering of dreams of the 1959 the Eldorado Seville finds its natural habitat; borns as an evolution of the most luxurious model offered by General Motors, along with sisters Biarritz, and Brougham, convertible and sedan respectively.
The first Eldorado is a special convertible version of the Series 62, born in 1953, whose two successive series, updated nearly every two years, as often happened in the United States, will maintain a quite soft line characterized by rear “shark” fins and front “bullet” bumpers in black rubber.
In 1959 the design of the Eldorado definitely changes: although not having still assumed the taut and sharp lines that will belong her since 1961, for only two years the symbol of luxury made in the USA takes a form of incredible stylistic equilibrium, a balance between the Fifties softness of the first three series and the edges it will then acquire.
Obviously, the term “stylistic balance” here takes a meaning far from the European one: the visual equilibrium of the Eldorado is built on an exaggerated aesthetic, where the ultimate goal is a bombastic (and a bit childish) fair glitz.
It’s a car full of optimism, a toy of five-and-half meters by pastel colors like those of fruit bubble-gum, with rear fins that widely mention even toys, rockets that light up ringing at the press of a button.
The Eldorado however orbits in a different space from the heavenly world explored by the metaphysical creations of Jean Bugatti: so much that is rarefied and incorruptible, so this is noisy and cheerful, populated by cartoon characters dressed in sequins with weird slicked back hairstyles.
It’s the glossy world of Hollywood and “Life”, where it’s always sunny, blond children play without getting dirty and always attractive women prepare cupcakes in kitchens where triumphant streamline refrigerators stand out.
And it’s this contemporary and vaguely pop aesthethics, which draws a lot from the American Dream (or at least from its myth) the subject of works by Thiebaud.
In most of his paintings he depicts cakes, pastries, toys and lipsticks, and even in those few landscapes that dot here and there its production the elements of nature assume unreal colors and the texture of gummy candies; the emphasis is obviously on mass society and its fetishes, but in a cheerful and reassuring way, free from the implied worries and the sardonic criticism of his contemporaries.
Thiebaud worked for several years in the food industry, the world from which he visibly borrowed many subjects, painting them with great realism in settings usually bare that in any way distract attention from their symbolic and decorative value; in “Cakes” of 1963 (which shares the title with many other works by the artist) the color is stratified conveying in an absolutely hyperrealistic style the decorating of the cakes: whipping cream, cream, sugar and chocolate beyond realism to enter directly into reality, we can almost feel the scent, and the perfect and incorruptible appearance does not flake or melt even under the sun which floods the picture.
Thiebaud represents the quiet, reassuring window of a bakery, implying an existence which, though fragile and ephemeral, it’s sweet and soft as a freshly baked cake; if the Eldorado is an almost cartoonish roaring swirl of lights and colors, Thiebaud’s cakes are the tangible image of a dream: too perfect to be true, they show the lovely side of American society, while reminding us, with the exquisite uniqueness of their realization, that they’re just cakes.

The Cadillac Eldorado was produced from 1953 to 2002, passing from the soft lines of 1954 to the angular style of the ’70s. The Eldorado Seville MY ’59-’60 was produced in 2050 examples.
It was powered by a V8 of 6391 cc and 345 bhp.
“Cakes” 1962 by Wayne Thiebaud, oil on canvas, 152.4 x 182.9 cm, is now at the National Gallery of Art, Washington.

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La Coca Cola, i cowboys, la Statua della Libertà, la Cadillac.
La cultura dell’automobile in America (almeno fino all’inizio della crisi energetica) è profondamente diversa da quella europea: ben lontane dalle libellule del vecchio continente, le auto americane fanno delle dimensioni imponenti, delle cromature luccicanti e dei parabrezza superpanoramici la propria raison d’être, e per più d’un decennio le Case d’oltreoceano si sfidano a colpi di pinne posteriori sempre più alte, di luci sempre più eccentriche e di interni dai colori sempre più improbabili.
Sono auto enormi per lo standard europeo, cariche di cromature (e la moda arriverà, edulcorata, fino in Europa) e dai particolari bizzarri, con superfici vetrate ampie e curve, pinne posteriori che citano esplicitamente aerei da caccia (uno su tutti il celeberrimo P38 Lightning) e sospensioni morbide come burro.
Le prestazioni non sono importanti, ma se velocità dev’essere, è quella pura e priva di senso dei laghi salati, la velocità dritta ed irreale dei record del mondo, dove maneggevolezza ed handling sono termini con poco senso.
Nell’America sfavillante di sogni del 1959 la Eldorado Seville trova il suo habitat naturale; nasce come evoluzione del modello più lussuoso offerto dalla General Motors, insieme alle sorelle Biarritz e Brougham, rispettivamente cabriolet e berlina.
La prima Eldorado è una versione speciale convertibile della Series 62, nata nel 1953, le cui due serie successive, aggiornate con cadenza circa biennale come spesso accadeva negli Stati Uniti, manterranno una linea abbastanza morbida caratterizzata dalle pinne posteriori “a squalo” e dai respingenti anteriori “a pallottola” in gomma nera.
Nel 1959 il design della Eldorado cambia nettamente: pur non assumendo ancora le linee tese ed appuntite che le apparterranno dal 1961, per appena due anni il simbolo del lusso made in USA assume una forma di incredibile equilibrio stilistico, in bilico fra la morbidezza anni ’50 delle prime tre serie e gli spigoli che acquisirà poi.
Ovviamente, il termine “equilibrio stilistico” assume qui un significato molto lontano dall’accezione europea: l’equilibrio visivo della Eldorado è costruito su un’estetica esagerata in più di un senso, dove lo scopo ultimo è un roboante (e un po’ puerile) sfarzo da luna park.
È un’auto piena d’ottimismo, un giocattolo da cinque metri e mezzo dai colori pastello come quelli dei bubble-gum alla frutta, con pinne posteriori che citano ampiamente persino balocchi dell’epoca, i razzi luminosi che s’accendono suonando al premere d’un bottone.
La Eldorado orbita però in uno spazio diverso dal mondo celeste esplorato dalle metafisiche creazioni di Jean Bugatti: tanto quello è rarefatto e incorruttibile, tanto questo è rumoroso e gaio, popolato da personaggi da cartone animato vestiti di lustrini e coi capelli impomatati in pettinature improbabili.
È il mondo patinato di Hollywood e “Life”, dove c’è sempre il sole, bambini biondi giocano senza sporcarsi e donne sempre attraenti preparano cupcakes in cucine dove svettano trionfanti frigoriferi streamline.
Ed è proprio quest’estetica contemporanea e vagamente pop, che molto attinge dall’American Dream (o perlomeno dal suo mito) il soggetto delle opere di Thiebaud.
Nella maggior parte dei suoi quadri ritrae torte, pasticcini, giocattoli e rossetti, e perfino in quei pochi paesaggi che punteggiano qua e là la sua produzione gli elementi della natura assumono colori irreali e la consistenza gommosa di caramelle; l’accento è posto ovviamente sulla società di massa e sui suoi feticci, ma in un modo gaio e rassicurante, privo delle sottintese inquietudini e della sardonica critica di altri suoi contemporanei.
Thiebaud ha lavorato per diversi anni nell’industria alimentare, ambiente dal quale ha visibilmente mutuato molti soggetti, dipingendoli con forte realismo in ambientazioni solitamente scarne che in alcun modo distolgono l’attenzione dal loro valore simbolico e decorativo; in “Cakes” del 1963 (che condivide il titolo con molte altre opere dell’artista) il colore si stratifica rendendo in stile assolutamente iperrealista la decorazione delle torte: crema, panna, zucchero e cioccolato superano il realismo per entrare direttamente nella realtà, riusciamo a sentirne quasi il profumo, e la perfetta incorruttibile apparenza non si sfalda né si scioglie nemmeno sotto il sole che inonda il quadro.
Thiebaud rappresenta la quieta e rassicurante vetrina di una pasticceria, sottintendendo un’esistenza che, seppure fragile ed effimera, è dolce e soffice come una torta appena sfornata; se la Eldorado è una scoppiettante girandola di luci e colori quasi da fumetto, le torte di Thiebaud sono il tangibile simulacro di un sogno: troppo perfette per essere vere, mostrano comunque il lato delizioso della società americana, ricordandoci nel contempo, con la squisita eccezionalità della loro realizzazione, che sono soltanto torte.

La Cadillac Eldorado è stata prodotta dal 1953 al 2002 passando dalle linee morbide del 1954 allo stile spigoloso degli anni ’70. La Eldorado Seville MY ’59-’60 è stata prodotta in 2050 esemplari.
Era motorizzata da un V8 di 6391 cc e 345 CV.
“Cakes” 1962 di Wayne Thiebaud, olio su tela, 152.4 x 182.9 cm, è ora alla National Gallery of Art, Washington.

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